Un articolo di Riccardo Staglianò sulla Repubblica del 17 novembre ci racconta di come non siano più i “geni solitari” a inventare nuove idee e innovare i modi del vivere.
Dovendo far colpo sui lettori l’articolo, che in realtà parla di due libri usciti quasi contemporaneamente negli Stati Uniti che trattano della storia delle scoperte e delle umane degli ultimi due secoli, ha un richiamo in prima dall’affascinante titolo “L’origine delle invenzioni il genio è un social network”.
Una piccola forzatura che è però testimone di una idea ormai comune: l’invenzione somiglia sempre di più ad un processo creativo collettivo che a un certo punto si fa idea solida e prodotto piuttosto che alla fulminante intuizione di un genio.
Da parte mia ripeto spesso, una piccola ossessione, che l’unico differenziale competitivo che può essere credibilmente perseguito dalle aziende europee sta nelle persone che le “abitano” e le fanno vivere. Normalmente si immagina che i fattori della competizione siano sostanzialmente materiali: capitali a disposizione, materie prime, processi e macchinari, costo del lavoro. Tutte cose per cui altri, in altre parti del mondo, sono meglio forniti.
Fortunatamente va aggiunto anche un altro elemento del tutto immateriale ma non meno importante: la creatività, il genio. Con esso la capacità di rendere materiale l’idea, di studiarne i diversi aspetti, di farla diventare una merce appetibile sul mercato globale.
Non sarà poi un caso che le industrie italiane di maggior successo nel mondo siano proprio quelle a maggior tasso di incidenza creativa.
Potremmo, per rafforzare e allargare il campo, prendere atto, appunto, che non ci si può più affidare semplicemente al genio individuale di qualcuno, stilista o architetto che sia, e provare a valorizzare l’intelligenza collettiva presente in ogni azienda.
Per farlo, non essendo quasi mai sufficienti le dichiarazioni di principio, potrebbe essere utile che chi si occupa di HR o di organizzazione dei processi interni provasse ad immaginarsi una struttura meno gerarchica e più collaborativa, dove siano valorizzate le capacità creative dei gruppi di lavoro, dove la memoria sia collettiva e non individuale e dove tutto ciò sia fonte di maggiore efficienza e di partecipazione agli obiettivi aziendali.
Passare dall’idea della intranet tradizionale, frazionata, poco efficiente, spesso non utilizzata, a quelle di una struttura informativa aziendale partecipata e trasversale basata sui principi dei social network potrebbe essere un buon modo per iniziare a praticare il passaggio.