novembre, 2010


24
nov 10

ESN – In 8 Slides of Less…

I have been plagued with the question, by multiple people, what is an enterprise social network?   Can I understand it, without having to read a 10 page white paper?   I have been giving this a lot of thought on how could I simplify the description and benefits of an enterprise social network in a visual representation.  It didn’t hit me until I was watching a college football game in real-time via my computer, last Saturday.

That your company is like a stadium, full of many 100s or even thousands of professionals, with a common purpose, (at the stadium to cheer on their favorite team) at your company to work towards the success, sustainability and growth of your business.   But as you look out over the sea of professionals in the stands;

Do you know where the next great idea will come from?

Who owns the best practices or expertise that you may need?

Is email your primary communication channel in your company?

Where is all the knowledge stored, is it available and re-usable?

Is innovation part of your equation?

So I sat down an created a simple 8 slide PowerPoint to try and explain the concept of an enterprise social network.   Have a look and let me know what you think…

Just food for thought!


18
nov 10

Genio o creatività collettiva?

Un articolo di Riccardo Staglianò sulla Repubblica del 17 novembre ci racconta di come non siano più i “geni solitari” a inventare nuove idee e innovare i modi del vivere.
Dovendo far colpo sui lettori l’articolo, che in realtà parla di due libri usciti quasi contemporaneamente negli Stati Uniti che trattano della storia delle scoperte e delle umane degli ultimi due secoli, ha un richiamo in prima dall’affascinante titolo “L’origine delle invenzioni il genio è un social network”.
Una piccola forzatura che è però testimone di una idea ormai comune: l’invenzione somiglia sempre di più ad un processo creativo collettivo che a un certo punto si fa idea solida e prodotto piuttosto che alla fulminante intuizione di un genio.
Da parte mia ripeto spesso, una piccola ossessione, che l’unico differenziale competitivo che può essere credibilmente perseguito dalle aziende europee sta nelle persone che le “abitano” e le fanno vivere. Normalmente si immagina che i fattori della competizione siano sostanzialmente materiali: capitali a disposizione, materie prime, processi e macchinari, costo del lavoro. Tutte cose per cui altri, in altre parti del mondo, sono meglio forniti.
Fortunatamente va aggiunto anche un altro elemento del tutto immateriale ma non meno importante: la creatività, il genio. Con esso la capacità di rendere materiale l’idea, di studiarne i diversi aspetti, di farla diventare una merce appetibile sul mercato globale.
Non sarà poi un caso che le industrie italiane di maggior successo nel mondo siano proprio quelle a maggior tasso di incidenza creativa.
Potremmo, per rafforzare e allargare il campo, prendere atto, appunto, che non ci si può più affidare semplicemente al genio individuale di qualcuno, stilista o architetto che sia, e provare a valorizzare l’intelligenza collettiva presente in ogni azienda.
Per farlo, non essendo quasi mai sufficienti le dichiarazioni di principio, potrebbe essere utile che chi si occupa di HR o di organizzazione dei processi interni provasse ad immaginarsi una struttura meno gerarchica e più collaborativa, dove siano valorizzate le capacità creative dei gruppi di lavoro, dove la memoria sia collettiva e non individuale e dove tutto ciò sia fonte di maggiore efficienza e di partecipazione agli obiettivi aziendali.
Passare dall’idea della intranet tradizionale, frazionata, poco efficiente, spesso non utilizzata, a quelle di una struttura informativa aziendale partecipata e trasversale basata sui principi dei social network potrebbe essere un buon modo per iniziare a praticare il passaggio.


16
nov 10

Pubblica amministrazione e WEB 2.0

Luca Vanzella nel blog (http://www.daimon.it/ ) del 4 novembre cita una riflessione di Chris Anderson di Wired che spiega come il Web stia per morire : “Il Web rischia di morire – dice Anderson ma da qui in poi parafraso io – perché sempre più dati passano attraverso applicazioni, protocolli e piattaforme (private, a pagamento, o semplicemente tecnicamente non accessibili) che non sono indicizzabili dai motori di ricerca.

È un flusso di informazioni in rapida crescita e invisibile ai motori di ricerca, che quindi non diviene ricercabile e non va ad alimentare quella sorta di corpus delle conoscenze umane che è Internet (e che Google si è data la missione di “organizzare”, attraverso appunto la sua indicizzazione). Si tratta di tutti quei servizi che non utilizzano il protocollo http, di quelli che mantengono i contenuti privati, come Facebook, dei servizi di social networking che richiedono il login come Linkedin, delle applicazioni per iPhone o iPad, dei servizi di networking, gaming, chat, messaging, streaming basati su console e set top box, delle piattaforme chiuse e proprietarie di tutti i tipi (su computer, cellulare, tablet, console…): sono tutti esempi di Deepnet, ovvero di contenuti non visibili ai motori di ricerca, quindi non indicizzabili, quindi non ricercabili.”Gli enti pubblici hanno superato i portali (web 1.0) che, se ben costruiti e ben funzionanti, danno un grande servizio alla cittadinanza e ottima visibilità all’ente ma col limite che i cittadini li frequentano solo per necessità informativa   dal momento che è preclusa la possibilità di interagire in alcun modo e sono ormai in vista delle potenzialità del web 2.0.

Lo usano come vetrina, per contattare i cittadini, per tenere saldo un legame che è sempre meno diretto e sempre più mediato dalla tecnologia.

Il desiderio di essere più utili, più vicini e in continuo contatto con la cittadinanza ha fatto si che moltissime amministrazioni, nel loro complesso, e, in altri casi i singoli uffici o assessorati, si siano accreditati sui maggiori social network, creando le proprie pagine.

Il risultato paradossalmente è contrario all’intento: le comunicazioni, le discussioni, le foto, infatti i documenti e tutto ciò che viene elaborato all’interno di questi social network rimane privato e non rintracciabile, anzi in molti casi non appartiene neppure più all’ente, che lo ha ceduto esplicitamente al social network.

Per la Pubblica Amministrazione ci sono ulteriori handicap:

  • I dati di una Pubblica Amministrazione non possono essere ceduti mai, e in nessun caso, a terzi.
  • Nessun soggetto esterno, salvo la magistratura, può sindacare cosa si dica all’interno di una discussione tra cittadini, e se questo sia giuridicamente corretto. Nessuno può decidere se un singolo possa essere bannato o escluso dal gruppo.
  • I social network evolvono, e gli utenti migrano su altre piattaforme. Ieri second life, poi myspace e netlog, oggi facebook.. e domani ? Tutto ciò che si è sviluppato su quei social è perso alla discussione che oggi si sviluppa su Facebook.
  • Tutta la discussione che si sviluppa all’interno di un social network è sganciata e rimane avulsa dai processi interni all’ente.

Del resto è  necessario riconoscere che moltissimi cittadini ormai, sia in ufficio, sia in ozio, sono presenti in modo massivo sui social network, e che un’interazione con loro fornisce continui e potentissimi feedback alla politica e alla amministrazione.

Per questo motivo c’è e ci sarà sempre l’incentivo ad essere presente là dove è presente  la cittadinanza. È quindi di vitale importanza poter tenere traccia della discussione, dei cittadini, delle proposte, dei sondaggi. Tutto questo è patrimonio dell’ente, non è sindacabile da terzi, non è cedibile e non lo si può perdere. Gli enti devono governare il processo di produzione dell’informazione e il processo di divulgazione presso terzi. L’ente deve possedere la cabina di regia, deve avere tutti i feedback, e deve usare tutti i media possibili per divulgare e raggiungere i cittadini.