Luca Vanzella nel blog (http://www.daimon.it/ ) del 4 novembre cita una riflessione di Chris Anderson di Wired che spiega come il Web stia per morire : “Il Web rischia di morire – dice Anderson ma da qui in poi parafraso io – perché sempre più dati passano attraverso applicazioni, protocolli e piattaforme (private, a pagamento, o semplicemente tecnicamente non accessibili) che non sono indicizzabili dai motori di ricerca.
È un flusso di informazioni in rapida crescita e invisibile ai motori di ricerca, che quindi non diviene ricercabile e non va ad alimentare quella sorta di corpus delle conoscenze umane che è Internet (e che Google si è data la missione di “organizzare”, attraverso appunto la sua indicizzazione). Si tratta di tutti quei servizi che non utilizzano il protocollo http, di quelli che mantengono i contenuti privati, come Facebook, dei servizi di social networking che richiedono il login come Linkedin, delle applicazioni per iPhone o iPad, dei servizi di networking, gaming, chat, messaging, streaming basati su console e set top box, delle piattaforme chiuse e proprietarie di tutti i tipi (su computer, cellulare, tablet, console…): sono tutti esempi di Deepnet, ovvero di contenuti non visibili ai motori di ricerca, quindi non indicizzabili, quindi non ricercabili.”Gli enti pubblici hanno superato i portali (web 1.0) che, se ben costruiti e ben funzionanti, danno un grande servizio alla cittadinanza e ottima visibilità all’ente ma col limite che i cittadini li frequentano solo per necessità informativa dal momento che è preclusa la possibilità di interagire in alcun modo e sono ormai in vista delle potenzialità del web 2.0.
Lo usano come vetrina, per contattare i cittadini, per tenere saldo un legame che è sempre meno diretto e sempre più mediato dalla tecnologia.
Il desiderio di essere più utili, più vicini e in continuo contatto con la cittadinanza ha fatto si che moltissime amministrazioni, nel loro complesso, e, in altri casi i singoli uffici o assessorati, si siano accreditati sui maggiori social network, creando le proprie pagine.
Il risultato paradossalmente è contrario all’intento: le comunicazioni, le discussioni, le foto, infatti i documenti e tutto ciò che viene elaborato all’interno di questi social network rimane privato e non rintracciabile, anzi in molti casi non appartiene neppure più all’ente, che lo ha ceduto esplicitamente al social network.
Per la Pubblica Amministrazione ci sono ulteriori handicap:
- I dati di una Pubblica Amministrazione non possono essere ceduti mai, e in nessun caso, a terzi.
- Nessun soggetto esterno, salvo la magistratura, può sindacare cosa si dica all’interno di una discussione tra cittadini, e se questo sia giuridicamente corretto. Nessuno può decidere se un singolo possa essere bannato o escluso dal gruppo.
- I social network evolvono, e gli utenti migrano su altre piattaforme. Ieri second life, poi myspace e netlog, oggi facebook.. e domani ? Tutto ciò che si è sviluppato su quei social è perso alla discussione che oggi si sviluppa su Facebook.
- Tutta la discussione che si sviluppa all’interno di un social network è sganciata e rimane avulsa dai processi interni all’ente.
Del resto è necessario riconoscere che moltissimi cittadini ormai, sia in ufficio, sia in ozio, sono presenti in modo massivo sui social network, e che un’interazione con loro fornisce continui e potentissimi feedback alla politica e alla amministrazione.
Per questo motivo c’è e ci sarà sempre l’incentivo ad essere presente là dove è presente la cittadinanza. È quindi di vitale importanza poter tenere traccia della discussione, dei cittadini, delle proposte, dei sondaggi. Tutto questo è patrimonio dell’ente, non è sindacabile da terzi, non è cedibile e non lo si può perdere. Gli enti devono governare il processo di produzione dell’informazione e il processo di divulgazione presso terzi. L’ente deve possedere la cabina di regia, deve avere tutti i feedback, e deve usare tutti i media possibili per divulgare e raggiungere i cittadini.